Ettore Panizza, fotografo e studioso, ci ha portato alla scoperta di un’antica cascina cremonese abbandonata. Un viaggio nel nostro passato, in un micromondo con proprie regole e usanze che non deve andare perduto!

Ettore Panizza, fotografo e studioso di cascine, ci aspetta davanti a casa sua. Armato di macchina fotografica e quaderno degli appunti è pronto a farci da guida alla scoperta di un’antica cascina abbandonata.

“Avete presente le cascine del cremonese? Le ho ricostruite praticamente tutte…” ci racconta sorridendo. Già perché, da quasi una vita, Ettore va in giro a immortalare le cascine del nostro territorio e le riporta ai fasti del passato con il computer. “La maggior parte di esse è in rovina e la mia paura è che in futuro vengano dimenticate. Con le mie ricostruzioni, seppur digitali, tento almeno di conservarne il ricordo. Sempre nella speranza che qualcosa si smuova e che vengano stanziati dei fondi per proteggerle…” ci spiega.

Arriviamo a destinazione in dieci minuti di auto attraverso tortuose stradine di campagna. Siamo accolti da un maestoso viale alberato alla fine del quale, come un’apparizione, si manifesta un’enorme cascinale a corte chiusa.  

 Difficile credere che tra quelle rovine invase dall’edera, un tempo vivessero decine e decine di persone. Per molte delle quali i confini del mondo iniziavano e finivano proprio con il grande portone in legno. Una sorta di spartiacque tra l’esterno e un micromondo interno con proprie usanze e proprie regole.

“In un certo senso la cascina cremonese era una società dentro la società, con una gerarchia molto netta riflessa nella distribuzione abitativa” ci spiega Ettore mentre entriamo proprio dal grande portone. “La vedete questa a destra? Era la casa del capo-contadino, la massima autorità dopo il padrone. Più grande rispetto a quella dei contadini, poteva contare su un maggiore spazio per polli e maiali”.

Ci spostiamo verso la casa padronale una magnifica villa. L’ingresso, caratterizzato da una piccola scalinata, porta a una grande sala collegata al giardino privato, sul retro.

“Il parco era lo spazio esterno riservato al padrone e alla sua famiglia. Oggi è abbandonato all’incuria ma in passato era uno dei giardini più belli della zona” ci racconta. C’era l’orto e c’erano gli alberi da frutta. Ma anche la vite e romantici sentieri disseminati, qui e là, da panchine in pietra per riposarsi. Le stanze della villa hanno un che di nobiliare: grandi, luminose con ancora qualche scampolo di un sontuoso passato come l’enorme salone da ricevimento, perfetto per ospitare eleganti feste e balli.

Sullo stesso lato della casa padronale, ordinate e tutte uguali, sfilano le case dei contadini. La loro struttura è praticamente standard in tutta la provincia. Una zona cucina, solitamente all’ingresso, e una seconda stanza con camino a piano terra. Più due camere da letto al piano superiore. Niente bagno in casa, appannaggio esclusivo (ma non sempre) della casa padronale. Le pareti mostrano ancora i colori degli antichi strati di pittura. Splendidi rosa antichi, magnifici azzurri e verdi salvia.

“I contadini avevano parecchia cura delle proprie case. D’inverno, quando c’era meno lavoro, si occupavano della manutenzione. Spesso ricavavano i colori utilizzando la terra e quello che trovavano in natura” ci racconta Ettore, nei cui scatti queste magiche tonalità sono spesso presenti.

 Poco più avanti ci sono i pollai e i porcili dei contadini. Ogni famiglia, infatti, aveva uno spazio riservato per i propri polli e maiali. In modo che a nessuno mancasse mai il cibo, anche durante la stagione rigida.

Ci spostiamo verso le stalle, esattamente dalla parte opposta dell’aia. La prima casa è quella del capo stalla, seconda autorità dopo il padrone insieme al capo dei contadini. Entrando sembra davvero di essere nell’Albero degli Zoccoli, celebre film che racconta la vita contadina non senza qualche polemica.

“In realtà non sono un amante del film” ci confida Ettore. “Trovo che sia un po’ ingiusto verso la vita di cascina, dipinta nella sua accezione più triste e disagiata. In realtà, seppur semplice, era un’esistenza sicura e tranquilla. Nessuno pativa la fame, anzi, e c’era un grande senso della comunità”. La sera, tutti gli abitanti, si radunavano nella stalla per stare più al caldo. Le donne tessevano, gli uomini giocavano o raccontavano storie per intrattenere i bambini.

 Le cascine più grandi avevano anche la Chiesa, molte delle quali stupendamente affrescate e, pochi esemplari, perfino la scuola come un vero sistema sociale autosufficiente.

Girovagando per l’aia, sotto i portici e nelle stalle abbandonate ci imbattiamo in testimonianze della vita di un tempo. Ceste in vimini, una culla in legno, una vecchia bicicletta. Chiudendo gli occhi sembra quasi di sentire le voci dei bambini che giocano, il rumore dei carri e il chiacchiericcio delle donne intente a fare il bucato. Li immaginiamo tutti insieme davanti al fuoco nelle sere d’inverno, uniti nei momenti di gioia cosi come in quelli difficili, in nome di solidarietà vera che forse oggi è solo un ricordo.

 Dicono che la storia sia fatta di corsi e ricorsi storici e chissà che in futuro la campagna non torni in auge e che le cascine tornino ad essere abitate, in tutto il loro splendore. Intanto, però, non possiamo che ringraziare persone come Ettore. Grazie al suo lavoro, infatti, il nostro passato non andrà perduto e anche le generazioni future potranno vedere e scoprire come vivevano i loro avi.

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